Separarsi o restare insieme “per il bene dei figli”?

Separarsi o restare insieme "per il bene dei figli"?

Nel momento in cui concepiamo un figlio, ci assumiamo la totale responsabilità della sua vita: saremo chiamati a nutrirlo (fisicamente ed emotivamente), a proteggerlo, a insegnargli a stare al mondo, ma soprattutto a far sì che cresca il più possibile sano e felice. Per tale ragione, quando la relazione col partner è compromessa e l’idea della separazione inizia a farsi strada, la mente corre immediatamente agli effetti che questa avrà sui figli. Come reagiranno? Ne porteranno i segni per tutta la vita? Riusciranno a superare il trauma? Di fronte a queste domande la volontà di porre fine a una relazione, per quanto infelice possa essere, vacilla. Molti si chiedono se ne valga la pena, se sia lecito sacrificare la felicità dei propri figli in favore della propria, se non sia meglio stringere i denti e rinviare la decisione… magari a quando saranno grandi e, forse, l’impatto della separazione sarà minore.

Si è molto dibattuto a proposito delle conseguenze della separazione (e nello specifico del divorzio) dei genitori sulla salute mentale dei figli. A metà degli anni ’90 Judith S. Wallerstein ha pubblicato al riguardo uno studio longitudinale, durato 25 anni, su un gruppo di 131 bambini di età compresa tra i 3 e i 18 anni. I risultati sono tutt’altro che incoraggianti: i soggetti che nella loro infanzia e adolescenza hanno vissuto tale esperienza, da adulti evidenziano una maggiore fragilità e vulnerabilità emotiva, mostrando difficoltà nelle relazioni di coppia e nella gestione dei conflitti. Altrettanto evidente è la loro fatica a fidarsi dell’idea di poter essere felici in modo durevole, come se l’esperienza vissuta gli abbia insegnato che nulla è garantito né eterno, soprattutto l’amore. Risultati analoghi sono emersi da numerosi altri studi (Cherlin et al., 1995; Amato, 2000; Amato & De Boer, 2001).

Che la separazione dei genitori produca degli effetti sulla serenità dei figli sembra dunque essere confermato, il che è comprensibile, considerando tutto ciò che essa comporta in termini di cambiamento: una nuova casa, il repentino stravolgimento di routine e abitudini, l’allontanamento di uno dei genitori, magari una scuola diversa. Dobbiamo però tenere conto anche di un altro aspetto: generalmente bambini e adolescenti non vivono la separazione come un evento improvviso, collocato all’interno di una situazione familiare idilliaca, ma respirano per molto tempo (spesso per anni) un clima molto pesante che, di fronte alla scelta di restare insieme senza avere però la capacità di modificare in senso costruttivo la relazione col partner, è destinato inevitabilmente a protrarsi. Le difficoltà della coppia genitoriale possono esprimersi in modi molto diversi: pensiamo ai coniugi che litigano tutto il giorno o a quelli che si chiudono in un silenzio alienante. A volte i figli sono spettatori di scene di violenza tra i genitori (e di cui possono essere essi stessi vittime), altre volte li vedono condurre vite totalmente separate, che non s’incontreranno più. I figli guardano, scrutano, studiano tutto. E imparano. Imparano che le relazioni affettive sono così: fredde, distaccate o al contrario violente, imprevedibili, tragiche. Quello che invece non imparano è che una relazione tra persone che si amano è una relazione speciale, esclusiva, basata su rispetto, fiducia, stima. Un insegnamento, questo, che, decidendo di restare insieme “per forza”, si corre il rischio di non trasmettere mai.

Quali sono quindi gli effetti di un clima familiare negativo? Massimo Ammaniti, celebre autore e psicoanalista, sottolinea come l’insoddisfazione coniugale possa influire sui figli in vari modi: bambini sottoposti a conflitti aperti e in generale all’espressione continua della rabbia e dell’ostilità da parte dei genitori mostrano reazioni di angoscia maggiori di fronte alla rabbia degli adulti e più marcate difficoltà di adattamento, che peggiorano qualora essi siano spettatori di violenza tra i genitori (Cummings et al., 1981). Spesso, inoltre, l’insoddisfazione relativa alla relazione di coppia viene espressa in modo diverso dai due partner: secondo Dickstein e Parke (1988) i padri tenderebbero ad allontanarsi dai figli, mentre le madri a esserne ipercoinvolte. Un altro aspetto su cui si è indagato è il ruolo dei figli nei conflitti tra genitori: solo raramente essi ne sono tenuti al di fuori, la maggior parte delle volte ne risultano partecipi, in modo più o meno attivo o passivo. Secondo Marcelli (1999), i figli possono assumere il ruolo di testimoni od ostaggi, possono essere resi responsabili del litigio o complici e confidenti di uno dei genitori, può essere chiesto loro di sostituirsi a uno dei due o di aiutare quello depresso. Le reazioni dei più piccoli a un clima familiare negativo possono essere utilizzate e interpretate relativamente ai bisogni contestuali o agli interessi dei genitori, senza che questi se ne facciano carico correttamente. È stato inoltre possibile correlare l’esposizione dei figli a un clima di pesanti conflitti tra i genitori con i disturbi del comportamento (Cummings et al., 1985; Joulires et al., 1988). Diversi autori sostengono che crescere in un clima conflittuale possa a lungo andare causare più danni di tutto il resto: secondo Hetherington, Cox e Cox (1978), una famiglia integra ma conflittuale risulta essere più nociva per i figli rispetto a una separata in cui i genitori abbiano raggiunto stabilità e serenità. Risultati analoghi sono emersi dagli studi di Camara e Resnick (1989), Hetherington, Stanley-Hagan e Anderson (1989) e Cherlin et al. (1991), secondo cui gli effetti maggiormente deleteri per i figli deriverebbero dai conflitti coniugali, anche nel caso in cui non sia avvenuta una separazione. Anche secondo Rutter (1980), la comparsa di disturbi del comportamento sembra essere più strettamente legata alla presenza di discordia tra i genitori che all’evento specifico della separazione.

Concludendo, tanto il conflitto quanto la separazione rappresentano fattori di rischio e vulnerabilità generali che possono portare a una vasta gamma di disturbi. In alcuni casi, però, per esempio quando il conflitto precede per lungo tempo la separazione, quest’ultima può rappresentare una sorta di “male minore”, un preludio a miglioramenti nella relazione e nel clima emotivo che ciascuno dei genitori avrà modo di creare successivamente con i figli (Ammaniti, 2001). In questo troviamo uno dei cardini della questione, forse il più importante: sia che ci si separi sia che si resti insieme “per il bene dei figli”, occorrerà prendersi cura delle relazioni con questi ultimi, che dovranno essere sane, focalizzate sulla loro serenità e sui loro bisogni e non continuamente sferzate da contrasti, liti e incomprensioni con il partner. Indipendentemente dalla decisione, si farà comunque parte di una coppia genitoriale che, come tale, dovrà trovare il modo di funzionare per garantire ai figli una crescita corretta ed equilibrata, al di là di tutto.

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Informazioni su Claudia D'Andrea

Psicologa psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, esperta in disturbi alimentari e difficoltà relazionali. La mia attività viaggia da sempre su un doppio binario: da un lato il trattamento delle problematiche dell'alimentazione (obesità, bulimia e binge eating disorder), competenza maturata nel corso della lunga collaborazione con il servizio di dietetica e nutrizione clinica dell'Azienda Sanitaria dell'Alto Adige, dall'altro la gestione delle problematiche della coppia e della famiglia nel cui ambito mi occupo sia di difficoltà relazionali tra partner e genitori-figli sia di adattamento, in particolare a eventi traumatici caratterizzati dal concetto di "separazione" (quindi lutti, cambiamenti repentini nella situazione affettiva, abbandoni e conflitti coniugali). Ricevo a Bolzano.