Come ogni anno, per i ragazzi che frequentano la terza media, è tempo di scegliere la scuola superiore e non c’è compito più difficile per chi ha solo 13 anni di quello di provare a identificare il percorso di studi verso il quale orientarsi.
In occasione di tale scelta tengono generalmente banco la confusione, l’incertezza e le contraddizioni dei ragazzi, determinate non solo dalla limitata capacità di valutare i molteplici aspetti della realtà, ma anche dalla dipendenza psicologica dai genitori che alcuni di loro evidenziano. Quest’ultimo aspetto può indurre i ragazzi a credere di desiderare quello che i genitori desiderano per loro, dimenticando di essere i protagonisti attivi di un processo decisionale faticoso, ma nello stesso tempo stimolante, che mette al centro le loro capacità, le loro conoscenze e soprattutto i loro desideri. Desideri che gli permetteranno d’investire maggiori impegno e risorse, aumentando la resilienza alle difficoltà della vita e riducendo nel contempo il rischio di drammatizzare un obiettivo scolastico eventualmente non raggiunto.
Nella maggioranza dei casi per i ragazzi è arduo, se non impossibile, trovare passioni o interessi che non siano momentanei o dettati da sollecitazioni esterne, non proprie. Ecco allora che il parere di mamma e papà diventa una vera e propria risorsa alla quale attingere. Ma cosa accade se loro sono separati e non si parlano o se il consiglio dell’uno viene respinto a priori dall’altro? Di solito i ragazzi tendono a evitare il confronto con i genitori, provando ad arrangiarsi da soli, magari facendosi condizionare dalla scelta dell’amico o del compagno di classe. A volte trovano uno spazio di comunicazione con gli adulti, si aprono e parlano di sé; altre raccontano quello che immaginano gli adulti si aspettino (accade spesso che i figli di separati imparino a selezionare le “cose da dire” ai genitori). In ogni caso l’interesse e il supporto di questi ultimi è il fattore che maggiormente determina gli esiti educativi dei figli. È quindi utile che i genitori gli raccontino della propria professione, delle proprie passioni, dei propri interessi. E ciò non solo per aiutarli a farsi un’idea del mondo del lavoro, ma anche per far capire loro che, seppur separati, sono in grado di confrontarsi con i figli, evitando di scegliere al loro posto e di trasformare il momento nella riedizione di conflitti precedenti.
È facile che nel contesto separativo i ragazzi chiamati a scegliere il proprio percorso vivano tale scelta come definitiva e irreversibile, specialmente se condivisa con un solo genitore, preferendo comunicare all’altro una decisione, qualcosa di già stabilito, allo scopo di evitare contrasti. Sarebbe invece utile per i figli trovare con l’uno e con l’altro genitore uno spazio in cui poter tirare fuori le proprie potenzialità, le proprie risorse, i propri interessi, magari riportandoli su carta o chiedendo al genitore quali attitudini vede in loro, facendo in modo che quello sia un momento unico di confronto a due, sgombro dai condizionamenti dell’altro.
Per aiutare i ragazzi a scegliere occorre indagarne le disposizioni affettive profonde, non limitandosi a interpretare le capacità attuali e/o i risultati scolastici come chiari segnali indicativi. Orientare significa sostenerli nel prendere coscienza di sé e del proprio progetto di vita, rendendoli sicuri di poterlo anche cambiare in corsa, grazie a una solida fiducia nelle proprie potenzialità.

