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Gruppi di parola, uno spazio per le emozioni

Quando si affronta una separazione, tutti i soggetti coinvolti si trovano a vivere emozioni spesso sconosciute. La maggior parte di esse trova modo di esprimersi all'interno del setting di mediazione familiare. Per molte altre, però, questo contesto non sarà sufficiente e se ne dovrà pertanto creare uno nuovo, confezionato ad hoc. A tal fine sono nati i gruppi di parola, ovvero uno spazio in cui chiunque può dare libero sfogo al proprio disagio, trovando sostegno sia nel conduttore sia (e soprattutto) negli altri partecipanti, accomunati dal medesimo vissuto. I gruppi di parola possono essere utili in presenza di un lutto, di una malattia o, come nel nostro caso, di una separazione. Si basano sul concetto, già espresso da Rousseau, che l'uomo sia un "animale sociale" e che, pertanto, rientri tra i suoi bisogni primari quello di condividere. Ma per quale motivo sono detti "di parola"? Perché la parola, ancora una volta per l'uomo, è, unitamente al linguaggio corporeo, il mezzo di espressione non solo di se stesso come individuo, ma anche del proprio sistema di valori, credenze e relazioni. Con la parola esso esprime o cela, si apre o si chiude agli altri e, attraverso l'ascolto attivo di quella altrui, giudica, apprende, migliora, trae consolazione. Questo principio è da sempre alla base del self-help, ma mentre nel self-help si condivide un obiettivo finale, sia esso smettere di bere, fumare, superare una violenza o guarire spiritualmente dopo una triste esperienza, nei gruppi di parola non esiste un obiettivo specifico se non quello di fornire agli utenti un ambiente neutro e sereno in cui confrontarsi, lavorare su se stessi o semplicemente ascoltare. Tra i mediatori familiari molti sono quelli specializzatisi anche nella conduzione di questi gruppi speciali. Buona parte di essi grazie alla formazione della prof.ssa Marie Simon, che dei gruppi di parola ha sempre fatto la propria bandiera in Francia e nel mondo. L'operatore che voglia misurarsi con questa bell'attività deve fare dell'ascolto attivo e dell'empatia i suoi strumenti quotidiani, dev'essere un buon osservatore, capace di cogliere le sfumature da trasformare in risorse, di costruire setting appropriati e, last but not least, di grande sensibilità. Nell'ambito della separazione esistono gruppi di parola sia per genitori che per figli. In entrambi i casi si tratta di percorsi brevi, strutturati in quattro o cinque incontri settimanali consecutivi e riservati a un numero ristretto di partecipanti (di solito tra i quattro e gli otto). Il conduttore (in genere un mediatore familiare, uno psicologo o un educatore) è tale per definizione, quindi non rappresenta una figura terapeutica, bensì un semplice "traghettatore" nel grande mare delle emozioni. All'interno del gruppo gli utenti possono acquisire nuove risorse e competenze oppure imparare a utilizzare quelle già in loro possesso, regalando a se stessi un'esperienza formativa e umana unica nel suo genere. Scoprire di poter condividere con altri le stesse emozioni legate a un momento difficile della propria vita è un notevole aiuto; sentire che esse non sono inaccettabili, sbagliate e/o dannose lo è ancor di più. Le numerose testimonianze a favore di questo strumento, reperibili in altrettante pubblicazioni così come online, sostengono il principio che "l'unione fa la forza" e che non si è mai soli quando si può parlare di qualcosa che ci affligge, senza il timore di essere giudicati e con la certezza di essere ascoltati e capiti; sapere poi che nessuno c'insegnerà niente, ma che saremo noi stessi a potenziare il nostro benessere è un ottimo esercizio per il senso di autoefficacia, a ogni età.

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