L’assegno divorzile tra passato e presente

Dalla sentenza n. 11490 del 29 novembre 1990 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, l’orientamento – secondo il quale, in caso di disparità reddituale tra i coniugi, quello economicamente più debole maturava il diritto di vedersi riconosciuto un assegno mensile da parte dell’altro a garanzia del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio – si è diffuso e consolidato fino al punto di essere considerato diritto vivente.

La prima coraggiosa voce fuori dal coro è rappresentata dalla sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017 con cui la Prima Sezione della Corte di Cassazione si esprime in maniera diametralmente opposta, dando priorità al principio di autosufficienza economica per cui, se l’ex coniuge risulta economicamente autosufficiente, allora non ha diritto all’assegno divorzile, indipendentemente dalla disparità reddituale tra i coniugi, dalla durata del matrimonio e dal contributo personale dato alla vita familiare. A tale provvedimento ne seguono immediatamente altri (fra cui, certamente tra i più citati, la sentenza n. 513 dell’1 giugno 2017 del Tribunale di Udine) che, in aperto e aspro contrasto con tale principio, continuano a pronunciarsi in senso opposto. L’incertezza nei tribunali di tutta Italia regna sovrana per mesi.

A rimettere ordine è nuovamente la Corte di Cassazione a Sezioni Unite che con la nota sentenza n. 18287 dell’11 luglio 2018 imbocca una via terza rispetto alle due appena citate, introducendo un criterio ulteriore che, indipendentemente dalla disparità reddituale tra i coniugi, mira a valorizzare il contributo personale dato alla vita familiare dal coniuge economicamente più debole, attribuendogli alla fine del matrimonio un’equa compensazione per aver sacrificato le proprie aspirazioni professionali nell’interesse della famiglia.


Ma considerando che non tutti i tribunali si sono allineati al nuovo orientamento e che molti seguono ancora il principio dell’autosufficienza economica (tra cui, a oggi, il Tribunale di Milano), vediamo meglio i tre argomenti in campo.

L’art. 5, comma 6, della legge n. 898 dell’1 dicembre 1970 (cd. legge sul divorzio) prevede “l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno, quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Ebbene, quando si può ritenere che un coniuge non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive?

La sentenza del 1990 riferisce l’inadeguatezza reddituale al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio con la conseguenza che, se il reddito proprio di un coniuge non gli consente di mantenere il medesimo tenore, gli viene riconosciuto il diritto all’assegno divorzile e ciò anche se tale reddito basta, da sé solo, a garantirgli l’autosufficienza economica. Negli ultimi anni, tuttavia, tale criterio, che di fatto condiziona l’attribuzione dell’assegno divorzile alla sola mancanza in capo al coniuge richiedente di mezzi adeguati a mantenere il tenore di vita, indipendentemente dalla sua percezione di un reddito, ha mostrato alcune criticità, confermate anche dall’emersione di situazioni di vero e proprio arricchimento dell’avente diritto, anche se economicamente autosufficiente e anzi a volte benestante.

La sentenza del 2017, in repentina discontinuità rispetto al diritto vivente sino a quel momento, abbandona il riferimento al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, sostituendolo con il principio dell’autosufficienza economica del coniuge richiedente, secondo il quale, assumendo che dopo il divorzio marito e moglie tornano a essere soggetti singoli slegati dalla comunione di vita e di aspettative, se entrambi risultano economicamente autosufficienti, nulla si devono reciprocamente. All’assegno divorzile resta pertanto una funzione meramente assistenziale, attribuibile soltanto a favore del coniuge che non dispone di mezzi adeguati.

La sentenza del 2018, pur condividendo l’esigenza sia di affermare il principio di autoresponsabilità che di contenere la presenza di vincoli economici perpetui tra gli ex coniugi, sottolinea tuttavia i limiti di tale prospettiva che non considera le esigenze del coniuge a lungo dedito alla cura della famiglia e magari in età lavorativa avanzata. Essa ribadisce infatti che l’assegno divorzile assolve una funzione equilibratrice che mira alla valorizzazione del contributo personale dato alla vita familiare dal coniuge richiedente, riconoscendo appieno i principi di rango costituzionale della pari dignità dei ruoli e dell’equiparazione tra lavoro domestico ed extradomestico. Si passa così da una funzione meramente assistenziale a una di natura compensativa-perequativa che fa della durata del matrimonio un aspetto determinante ai fini della valutazione del sacrificio attuato da un coniuge, d’intesa con l’altro, grazie a cui quest’ultimo riesce a realizzarsi professionalmente.

In conclusione l’assegno divorzile, che pur mantiene una funzione assistenziale minima nel caso del coniuge del tutto privo di risorse, viene attribuito e quantificato solo quando tra i coniugi è ravvisabile una disparità reddituale riconducibile alla scelta condivisa di attuare un sacrificio nell’interesse della famiglia. Logicamente, quanto più lunga è la durata del matrimonio e/o avanzata l’età del coniuge richiedente, tanto più grande è lo svantaggio da compensare.

Volendo schematizzare, si può ritenere che per il riconoscimento dell’assegno divorzile occorra accertare la concomitanza dei seguenti presupposti:

  • che vi sia una disparità reddituale tra i coniugi;
  • che il coniuge richiedente abbia sacrificato le proprie aspirazioni professionali nell’interesse della famiglia;
  • che tale sacrificio sia stato attuato in virtù di un accordo condiviso tra i coniugi e non della scelta discrezionale di uno solo dei due.
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Informazioni su Francesca Ronchese

Francesca Ronchese, avvocato patrocinante in Cassazione, è perfezionata in diritto di famiglia. Il suo profilo è caratterizzato da due importanti esperienze: quella accademica, svolta e conclusa presso l’Università degli Studi di Padova in qualità di dottore di ricerca in diritto civile europeo, e quella forense, consolidata in quasi un ventennio di esercizio dell’attività e recentemente attualizzata con un approccio multidisciplinare che coinvolge professionisti di diversa provenienza formativa. Le competenze settoriali acquisite in entrambi i contesti le permettono di prestare assistenza di alto livello nella gestione delle controversie familiari, le quali rappresentano oggi l’area prevalente del suo lavoro. Proprio per rafforzare la sua preparazione tecnica in tale ambito si dedica con impegno e passione all’aggiornamento professionale. In particolare è socia dell’Osservatorio Nazionale sul Diritto di Famiglia, di cui ha frequentato e concluso positivamente il Corso biennale di alta formazione specialistica in Diritto delle persone, delle relazioni familiari e dei minorenni.