L’incapacità naturale al matrimonio

Nel sistema matrimoniale canonico il consenso è la causa efficiente, unica, insostituibile del matrimonio. Nessuna potestà umana può supplire la volontà con cui un uomo e una donna, liberamente, con un patto irrevocabile, si donano e si accettano reciprocamente per costituire il vincolo coniugale. E proprio perché è in gioco un’opzione sullo stato di vita di entrambi, la necessità del consenso è prova della difesa del valore della libertà.

La normativa canonica ha disciplinato con grande attenzione i possibili casi di difetto o vizio del consenso che producono l’invalidità del matrimonio tra due persone battezzate con conseguente inesistenza del sacramento. L’invalida prestazione del consenso matrimoniale dev’essere accertata tramite un processo giudiziario di nullità matrimoniale e dichiarata con sentenza del giudice ecclesiastico competente.

Nell’ordinamento civile l’azione di annullamento è preclusa qualora sia trascorso un anno dalla celebrazione del matrimonio (in caso di simulazione, art. 123 c.c.) o da quando sia cessata la causa invalidante (in caso d’interdizione, incapacità d’intendere o di volere, violenza ed errore, artt. 119, 120 e 122 c.c.). L’invalidità del consenso è sanata in tutti i casi in cui la coabitazione si sia protratta per almeno un anno.

Nell’ordinamento canonico, invece, non sussistono termini di decadenza entro i quali impugnare la validità del matrimonio né esistono comportamenti concludenti che possano sanare l’invalidità del consenso, proprio per il principio dell’insostituibilità ed effettività dello stesso. Secondo la normativa canonica non può celebrare validamente il matrimonio la persona priva di sufficiente uso di ragione. In questo caso l’incapacità incide sulla sfera cognitiva, cioè nella facoltà intellettiva, ragion per cui il consenso non può considerarsi un atto volontario, libero e responsabile. Per la validità del matrimonio non viene richiesto un perfetto stato di salute mentale, ma un sufficiente uso di ragione, la cui valutazione si effettua comparando lo stato psichico della persona al matrimonio da celebrare. Al momento della manifestazione del consenso una persona potrebbe infatti esserne priva in modo permanente (per esempio, per una grave psicosi) o temporaneo (per esempio, per un’intossicazione acuta da alcol o droga).

Ai fini della validità del consenso, tuttavia, un sufficiente uso di ragione può non bastare, perché una persona potrebbe disporre di adeguate facoltà intellettive, ma non avere la maturità psicologica e la libertà interna necessarie per compiere una scelta autentica. La normativa canonica prevede allora una discrezione di giudizio proporzionata al matrimonio. Anche in questo caso, al momento della manifestazione del consenso, non si richiede una piena maturità umana, ma una maturità psicologica che consenta di valutare concretamente i diritti e i doveri matrimoniali. Possono determinare un grave difetto di discrezione di giudizio le psicosi, le nevrosi e/o l’immaturità psicoaffettiva. Ci sono persone poi che, per motivi di natura psichica, risultano incapaci di stabilire una relazione coniugale vera, intima, perpetua ed esclusiva. Perché l’impegno assunto sia efficace, è necessario che la persona possieda, sin dal momento della celebrazione delle nozze, la capacità necessaria per portare a compimento gli impegni assunti (per esempio, una persona affetta da disturbo narcisistico di personalità potrebbe voler sinceramente assumersi gli oneri del matrimonio, ma essere nell’impossibilità di aprirsi alle esigenze del coniuge). Perché il consenso sia inefficace, è necessario che il disturbo psichico sia presente ab origine e che si realizzi una vera e propria impossibilità di adempiere le responsabilità matrimoniali, non invece una semplice difficoltà che potrebbe essere superata con il normale impegno richiesto nello svolgersi della vita coniugale.

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Informazioni su Annarita Ferrato

Avvocato civilista e rotale, patrocinante in Cassazione, perfezionata in diritto di famiglia, dinamiche familiari e tecniche di tutela. Ho gestito procedimenti di separazione e divorzio sin dall'abilitazione professionale. Poi, non appena conseguito il diploma di avvocato rotale, ho focalizzato la mia attenzione sul diritto matrimoniale canonico, coltivando in parallelo l’attività di studio e quella di docenza. Da allora, oltre a occuparmi di cause di nullità matrimoniale davanti ai tribunali ecclesiastici di ogni ordine e grado (inclusi il Tribunale Apostolico della Rota Romana e il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica), fino al 2016 ho insegnato presso l’Istituto Teologico “Pio XI” di Reggio Calabria e tuttora insegno nella stessa città presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Mons. Vincenzo Zoccali”, dove dal 2012 ricopro anche il ruolo di vicedirettrice.