Divorzio o nullità matrimoniale?

Quando il rapporto coniugale giunge al capolinea, ci si trova spesso di fronte a un bivio: seguire la strada più battuta, cioè chiedere prima la separazione e poi il divorzio, oppure imboccare l’altra, puntando dritti alla nullità del matrimonio. Nel dubbio è estremamente utile rivolgersi al tribunale ecclesiastico di competenza o a un avvocato rotale per valutare se un’eventuale domanda di nullità abbia un minimo di fondatezza (non è infatti scontato che tutti i matrimoni falliti siano anche nulli) e se nel proprio caso sia preferibile procedere con la prima o con la seconda ipotesi. Basterebbero probabilmente poche informazioni per comprendere che quest’ultima è senza dubbio la più vantaggiosa.

Vediamo perché, sintetizzando brevemente le caratteristiche principali dei due istituti giuridici.

Per quanto riguarda la nullità matrimoniale, non tutti sanno che il compito del tribunale ecclesiastico è quello di accertare mediante un’approfondita istruttoria la presenza di vizi che possano aver inficiato il consenso nuziale e, in caso di esito positivo, dichiarare nullo il matrimonio. La particolarità della causa nel foro canonico è lo svolgimento di un’indagine che non riconosce la colpa del fallimento dell’unione in capo a uno dei coniugi. In tale contesto, infatti, non si parla mai di colpa né esiste l’addebito. L’obiettivo del processo è unicamente quello di verificare i motivi della scelta di sposarsi, le convinzioni delle parti al momento del sì e la loro effettiva comprensione di ciò che la vita coniugale avrebbe comportato.

Per quanto riguarda il divorzio, sappiamo invece che il suo approdo finale è la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario. Ciò significa che il rapporto nuziale, prima valido ed efficace, cessa di produrre i suoi effetti, perdurando eventualmente le sole obbligazioni di carattere economico nei confronti di ex coniuge e figli. Con il divorzio, infatti, può essere previsto sia un assegno divorzile in favore dell’ex coniuge che un assegno di mantenimento in favore dei figli minorenni e/o maggiorenni economicamente non autosufficienti.

A questo punto è importante sapere che gli effetti del divorzio possono non prodursi quando, attraverso una particolare procedura da proporsi con istanza depositata presso la competente Corte di Appello (cd. delibazione), si ottiene in Italia il riconoscimento della sentenza ecclesiastica. Con la delibazione, infatti, la nullità matrimoniale, già accertata nel processo canonico, viene riconosciuta con effetti che retroagiscono fin dall’origine (i latini direbbero “ex tunc”) con la conseguenza che le parti non risulteranno più coniugate, bensì libere di stato, proprio come se non si fossero mai sposate prima. Nessun effetto, invece, si produce nei confronti dei figli, che continueranno a essere tutelati e a godere di tutti i diritti precedenti, come se i genitori fossero ancora uniti in un valido matrimonio (nella fattispecie si parla di figli nati in costanza di “matrimonio putativo”). Ove sopraggiunga prima di una sentenza definitiva per il riconoscimento di un assegno divorzile, la delibazione travolgerà inoltre i doveri nei confronti dell’ex coniuge, dettaglio non di poco conto, se si considera che l’obbligato non dovrà più corrispondere alcunché. Ovviamente resterà assolutamente impregiudicato l’obbligo di mantenimento dei figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti.

Ricapitolando, i motivi per cui – ove ne sussistano i presupposti – la proposizione di una domanda di nullità risulta più conveniente rispetto al deposito di un ricorso per divorzio sono che il matrimonio dichiarato nullo da un tribunale ecclesiastico:

  • autorizza i coniugi a sposarsi una seconda volta in chiesa e a riaccostarsi ai sacramenti, come se il precedente matrimonio non fosse mai esistito;
  • permette, per la particolarità del processo canonico, una maggiore comprensione delle cause che hanno determinato l’impossibilità della continuazione del rapporto coniugale;
  • elimina lo stato civile di “coniugato/a” o “divorziato/a” e riattribuisce quello di “celibe” o “nubile” in ipotesi di delibazione della sentenza di nullità;
  • esclude tutti gli obblighi di natura personale e patrimoniale nei confronti dell’ex coniuge (quindi non solo quelli successori, già previsti dal divorzio, ma anche quelli legati alla pensione di reversibilità e/o alla quota del TFR) nel caso in cui la delibazione sopraggiunga prima di una sentenza civile definitiva con riconoscimento del diritto all’assegno divorzile.

La nullità matrimoniale non può essere assimilata in alcun modo al divorzio, dal momento che, ottenuta la delibazione, ha un’efficacia certamente maggiore. Si potrebbe dire totale, radicale. È quindi estremamente utile, di fronte a una crisi irreversibile del rapporto coniugale, comprendere se vi siano i presupposti per la presentazione della domanda (non è infatti scontato che ogni matrimonio fallito sia passibile di nullità; ce ne sono tanti che per la Chiesa sono validi a tutti gli effetti) e valutare eventualmente quale sia la strada migliore per il proprio caso.