Mediatore familiare, il “sarto” delle relazioni

Tra chi ne ha già sentito parlare e chi no, tra chi ne conosce la funzione e chi pensa che sia altro (per esempio, terapia di coppia), tra chi la ritiene utile e chi meno, sulla mediazione familiare si è detto e si continua a dire un po’ di tutto. La cosa certa è che, a oltre trent’anni dal suo primo approdo in Italia, su tale professione regna ancora una grande confusione. Ecco allora una metafora per spiegarla in maniera semplice.

Proviamo a immaginare le relazioni come vere e proprie trame di tessuto e a considerare i componenti della coppia come due pezzi di stoffa che un giorno, per caso, per scelta, per destino, a seconda del senso dato agli eventi che accadono, si trovano accostati l’uno accanto all’altro. Le due stoffe possono appartenere alla stessa tonalità di colore, ma essere caratterizzate da sfumature diverse, possono essere di colore opposto (come il bianco e il nero) o disarmonico (come quelli accostati dai bambini che si vestono da soli per la prima volta). In ogni caso stanno bene vicine, così bene che decidono di “cucirsi” insieme con il filo della convivenza o del matrimonio, dando forma a un habitus comune da indossare come una seconda pelle, fatto di quotidianità, abitudini e rituali che costruiscono e definiscono la struttura familiare.

Ogni evento che si verifica nella trama narrativa delle parti unite insieme, così come ogni tappa evolutiva vissuta dai singoli componenti, può determinare dei cedimenti lungo la cucitura dell’abito, fino al momento in cui una delle due stoffe inizia a non sentirsi più a proprio agio: il corpo sembra essere cambiato, la taglia non è più la stessa, l’abito tira in uno o più punti. Poi le sollecitazioni aumentano. Ma mentre una parte tende a percorrere un’unica strada, quella dello “scucirsi”, l’altra potrebbe imboccarne diverse. Potrebbe, per esempio, non accorgersi di nulla e considerare tali sollecitazioni come episodi passeggeri e incidentali. Oppure, al di là della tensione avvertita, potrebbe scegliere di rimanere inizialmente ferma, aspettando che le sollecitazioni passino, e, in seguito, agire con un movimento di accomodamento per riportare a sé l’altro pezzo di stoffa, in modo che ricada a pennello come prima. Oppure ancora, attraverso uno strattone, intensificato da un aiuto esterno, potrebbe tirare con forza e strappare in malo modo la cucitura. Se quest’ultima ipotesi rappresentasse il finale del racconto, le due stoffe ne uscirebbero irrimediabilmente lacerate e sarebbe faticoso per loro riuscire a far parte di un nuovo habitus, impossibilitate a camuffare tutti i segni, profondi e irreversibili, dello strappo subìto.

Una riflessione che accende i riflettori sulle separazioni gestite unicamente da avvocati di parte, di solito caratterizzate da uno scenario in cui la pressione esercitata da ciascuna delle parti diviene un vero e proprio tiro alla fune, fatto di strattoni, uso smisurato della forza e indebolimento dell’altra, non a caso definita “controparte” e quindi percepita come avversaria da battere e abbattere. In palio ci sono i beni, i figli (considerati come proprietà) e la “vittoria” finale. Al contrario il mediatore familiare opera con abilità sartoriale: riconosce i pezzi di stoffa da riadattare, nota i punti di cedimento della cucitura e inizia a tracciare attentamente con il gesso i nodi della trama, prima leggermente e poi con maggiore pressione. La procedura di separazione delle stoffe continua, risalendo la cucitura punto dopo punto, avendo cura di non danneggiare né l’una né l’altra, fino ad arrivare ai segni della prima imbastitura, di cui resteranno i soli punti di passaggio del filo. I tessuti, così trattati, non presenteranno strappi né avranno bisogno di toppe o riparazioni evidenti e potranno quindi essere agevolmente riutilizzati per creare nuovi habitus, senza il rischio che quanto costruito insieme possa andare distrutto.

Mantenere intatto il bene che ha portato all’unione e custodirlo con la stessa cura di un sarto è quasi un’opera manuale del mediatore familiare, il cui compito è quello di separare le parti, garantendo loro la duplice possibilità di dismettere l’ormai logoro habitus di coppia, continuando a indossare quello genitoriale, mai neppure minimamente sgualcito.

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Informazioni su Rosa Domilici

Counselor e mediatrice familiare, perfezionata nella conduzione di gruppi di parola per figli di genitori separati. Dopo la specifica formazione presso il Centro Siciliano di Terapia della Famiglia e il Centro per la Mediazione Sistemica "Gregory Bateson", ho orientato il mio lavoro verso il tema che più mi sta a cuore, cioè quello della tutela dei minori e del sostegno alle famiglie in difficoltà nello svolgimento dei propri compiti di educazione e cura (soprattutto in fase di separazione e divorzio). In tale ambito, oltre a prestare attività di consulenza, mi occupo di progettazione sociale (percorsi educativi, programmi di orientamento, reinserimento e vigilanza per minori stranieri non accompagnati e/o in affidamento ai servizi sociali, ecc.) e formazione professionale in qualità di docente nei corsi di aggiornamento destinati agli operatori sanitari.