E se a separarsi sono i genitori con figli disabili?

È ormai assodato che dinanzi alla disabilità di un figlio molte famiglie si sgretolano. Non è una regola, ma si sa che purtroppo capita. Ovviamente, come per gli altri, anche i figli disabili soffrono e possono risentire della riorganizzazione della struttura familiare e delle relazioni che la rottura del rapporto sentimentale dei genitori comporta. Del resto sempre di separazione si tratta e i cambiamenti spaventano tutti, più o meno, allo stesso modo.

Ed è proprio sulla locuzione “più o meno” che vorrei soffermarmi, dal momento che alcuni minori con specifiche disabilità (in particolare quelli con deficit intellettivo medio-grave) possono incorrere in maggiori difficoltà di adattamento, arrivando perfino a manifestare problematiche nuove, diverse o più importanti (soprattutto nel comportamento). Ma se da un lato tale reazione non può e non dev’essere sottovalutata, dall’altro non deve generare una preoccupazione esagerata: tutti noi reagiamo ai cambiamenti, esternando una certa dose di stress. Ecco, ugualmente lo fanno i disabili e lo fanno come possono o riescono.

Diamo allora tre semplici indicazioni, affinché i genitori in fase di separazione possano identificare alcune azioni da cui non si può prescindere per ottenere dei risultati:

  • parlarne con lo specialista di riferimento per procedere con le cure più adatte al minore, tenendo sempre presente che, se la separazione è di per sé una fonte di stress importante in condizioni normali, a maggior ragione lo è in presenza di disabilità;
  • rivedere il progetto riabilitativo in funzione non solo dei nuovi ambienti che il minore frequenterà (per esempio, la nuova casa di uno dei genitori), ma anche delle esigenze dei suoi familiari e del loro benessere. Tale aspetto, che tecnicamente rimanda al cosiddetto “principio di valorizzazione del contesto familiare e di vita del disabile”, è in linea con quanto indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001 e da numerosi esperti (Carnevali, 2015), i quali sottolineano come fondamentale, soprattutto per un minore con disabilità, l’opportunità di continuare a condurre una vita coerente con la propria condizione, senza gravare ulteriormente i genitori, già affaticati dalla separazione;
  • lasciare la riabilitazione dal conflitto coniugale. Detto altrimenti, se i genitori, oltre a dover gestire i loro contrasti, si mettono a discutere pure sul tipo di cura da fare o non fare, sulla scelta dell’uno o dell’altro percorso riabilitativo oppure sullo specialista con cui o senza cui portare avanti l’intervento, è davvero la fine. E quando parlo provocatoriamente di fine, mi riferisco a quella del benessere del figlio e delle sue possibilità di auspicabili miglioramenti sia a breve che a lungo termine.

Nell’impostare, strutturare e/o modificare un buon progetto riabilitativo, infatti, indipendentemente dal livello o dall’entità della disabilità, è necessario che tanto i genitori (coniugati e non o in fase di separazione) quanto gli esperti comprendano l’importanza di due principi fondamentali: quello di autodeterminazione della persona disabile e quello d’integrazione degli interventi. Il primo richiede che il progetto messo a punto corrisponda a ciò che il minore desidera e che verosimilmente può riuscire a realizzare nel proprio contesto di vita. Il secondo evidenzia la necessità di una “cornice di continuità e integrazione degli interventi condotti” (Brunero, 2015) che permetta alla famiglia di farsi carico dell’importante compito di fungere, nonostante tutto, da componente attiva nel processo di diminuzione del senso di smarrimento che un disabile può sperimentare di fronte a nuove richieste e difficoltà.

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Informazioni su Cristina Rigacci

Psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale, perfezionata in psicologia dello sviluppo e della riabilitazione, psicodiagnosi, perizia psicologica e consulenza tecnica. Ho iniziato la mia carriera in università, occupandomi per anni di ricerca in materia di psicologia sociale e dell'handicap. Tale esperienza mi è valsa numerose collaborazioni a livello associativo in veste di consulente per progetti riabilitativi e di sostegno ai familiari di persone disabili. Successivamente ho esteso il mio interesse ai protocolli d'intervento psicoterapeutico per minori. Mi sono quindi formata in ambito giuridico-forense, in modo da poter operare in tutte le situazioni (separazione, divorzio, affidamento, ecc.) che coinvolgono bambini e/o adolescenti, soprattutto (ma non solo) affetti da disabilità, tema sul quale, parallelamente all'attività clinica e all'impegno come CTP, proseguo il mio lavoro di studio e approfondimento.