Usi e abusi della sindrome da alienazione genitoriale

Usi e abusi della sindrome da alienazione genitoriale

A partire dalla nota vicenda di Cittadella, si è acceso in ambito psicoforense un controverso dibattito sulla sindrome da alienazione genitoriale, fenomeno purtroppo approdato anche in contesti non sempre adatti (talk show, tribune mediatiche, trasmissioni di approfondimento, ecc.). Ecco perché, nel corso di separazioni altamente conflittuali, con maggiore frequenza si sente parlare di genitore alienante, genitore alienato e/o addirittura PAS, senza che tuttavia né la terminologia né l’argomento siano maneggiati in modo adeguato.

Con riferimento all’originale definizione data da Gardner nel 1985, infatti, l’attenzione di molti genitori ed esperti continua a incentrarsi solo su una delle sue otto caratteristiche, ovvero quella riferita alla campagna di denigrazione perpetrata da un genitore ai danni dell’altro, nella quale il bambino mima i messaggi di disprezzo del genitore alienante verso quello alienato. Va da sé che, nei casi di separazione in cui un figlio si rifiuta di vedere e/o frequentare regolarmente uno dei genitori, possano insorgere ulteriori motivi di scontro con rimando proprio alla suddetta campagna denigratoria.

Affinità e preferenze, normali e prevedibili a livello evolutivo nel processo di sviluppo della relazione genitore-figlio, quando si manifestano in famiglie in corso di separazione, potrebbero fare scorrettamente concludere:

  • al genitore preferito che l’altro abbia sbagliato in qualche modo significativo;
  • al genitore non preferito (che si sente minacciato) che l’altro stia tentando di alienare il figlio (Camerini, Pingitore, Lopez, 2016).

È noto che nelle separazioni altamente conflittuali le parti non riescano a scindere l’ambito coniugale da quello genitoriale e siano dominate, più o meno consapevolmente, dall’attrazione per il conflitto: l’educazione e la gestione dei figli diventa il terreno su cui si perpetua il conflitto (Cigoli, 1999). In tutto questo la PAS si configura o può configurarsi come strumento a supporto di due processi già tipici della modalità comunicativa e relazionale che s’innesca tra i coniugi in fase di separazione (Wazlawick et al., 1978; Minuchin, 1978), ovvero:

  • l’escalation simmetrica, cioè una competizione senza fine tra i genitori (con un continuo rilancio da ambo le parti), in cui le competenze genitoriali si rivelano fallimentari e i figli, con i loro bisogni e vissuti emotivi, non vengono più considerati;
  • la triangolazione dei figli, non più individui da accudire, ma oggetti, strumenti di lotta.

Detto ciò, quello su cui invece è importante riflettere, proprio in considerazione di quanto dimostrato e scritto anche recentemente da numerosi esperti e studiosi, è che è piuttosto arduo identificare le cause della sindrome da alienazione genitoriale esclusivamente nelle azioni negative di un genitore nei confronti dell’altro. Essa si configura infatti come un processo che rispecchia la complessità della situazione familiare generatasi prima della separazione e consolidatasi dopo. Si può persino affermare che in un meccanismo relazionale così articolato debbano essere considerate le caratteristiche e le peculiarità psicologiche di tutti e tre gli attori del processo (madre, padre e figli). È quindi evidente che il rischio nell’assumere tout court la prospettiva di Gardner, centrata sulla campagna di denigrazione, sta nel fatto che i genitori possano non riconoscere il proprio contributo nella creazione e nel mantenimento del conflitto e contemporaneamente non cogliere che i principali attori nella costituzione di tale sindrome sono i figli.

Posto che la PAS è un fenomeno da considerare, valutare e definire anche nei suoi correlati psicopatologici (quando questi vi sono), bisognerebbe evitare di trasformarla in uno strumento di conflitto. Piuttosto, sarebbe opportuno astenersi da una lettura schierata a favore del genitore alienato o contro quello alienante che porrebbe il bambino sullo sfondo come individuo, ma lo renderebbe centrale nella ricerca di una vittima o di un carnefice tra gli adulti. Nei casi in cui si riscontri la sindrome da alienazione genitoriale, è auspicabile osservare cosa accade nel suo assetto emotivo, ricercando una serie di fatti clinici tipici (in cui le manovre attuate con successo dal genitore preferito sono solo uno dei tanti aspetti), e far emergere quanto i minori non siano soltanto passivi protagonisti manipolati o manipolatori (Montecchi, 2014).

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Informazioni su Cristina Rigacci

Psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale, perfezionata in psicologia dello sviluppo e della riabilitazione, psicodiagnosi, perizia psicologica e consulenza tecnica. Ho iniziato la mia carriera in università, occupandomi per anni di ricerca in materia di psicologia sociale e dell'handicap. Tale esperienza mi è valsa numerose collaborazioni a livello associativo in veste di consulente per progetti riabilitativi e di sostegno ai familiari di persone disabili. Successivamente ho esteso il mio interesse ai protocolli d'intervento psicoterapeutico per minori. Mi sono quindi formata in ambito giuridico-forense, in modo da poter operare in tutte le situazioni (separazione, divorzio, affidamento, ecc.) che coinvolgono bambini e/o adolescenti, soprattutto (ma non solo) affetti da disabilità, tema sul quale, parallelamente all'attività clinica e all'impegno come CTP, proseguo il mio lavoro di studio e approfondimento.