“Da che parte sto”, la posizione dei figli nella separazione

"Da che parte sto", la posizione dei figli nella separazione

La separazione non rappresenta tanto un evento quanto piuttosto un processo. Per questo motivo si è probabilmente più inclini a pensarla prima come percorso psicologico verso una presa di coscienza della propria situazione, dei propri bisogni emotivi e della conseguente scelta di porre fine alla relazione e solo poi come iter legale.

Da un punto di vista psicologico l’attenzione (e il più delle volte la preoccupazione) dei genitori si concentra solitamente sugli aspetti più pragmatici della quotidianità. È quindi normale chiedersi quale siano il momento e il modo più adatti per comunicare la decisione ai figli, come spiegare loro che ci saranno due case, se non sia meglio stare ancora tutti insieme, quando coinvolgere i nonni, la scuola e/o un eventuale nuovo partner. Ci si preoccupa della possibilità che la separazione ingeneri (o possa ingenerare) nei figli disturbi psicosomatici, del comportamento, del sonno, dell’alimentazione e dell’attenzione e/o perfino, in caso di conflittualità elevata, la sindrome da alienazione genitoriale, una sorta di “lavaggio del cervello”, condizionamento o programmazione da parte di un genitore in pregiudizio dell’altro, che quale vittima vede il proprio figlio giungere a un vero e proprio rifiuto immotivato nei suoi confronti (Gardner, 1985).

Un aspetto che invece viene preso poco in considerazione è la posizione assunta dai figli all’interno delle dinamiche familiari post-separazione. Se in alcuni casi, infatti, questi vengono strumentalizzati per trasmettere l’ostilità da un genitore all’altro, in altri può accadere che, per una scelta personale (quasi sempre inconsapevole), siano proprio loro ad allearsi con uno dei due in un rapporto di connivenza inconscia in cui s’identificano con lo stesso per affinità o empatia.

In un processo come quello separativo – in cui gli ex coniugi, pur continuando a occuparsi dei figli, perseverano nel rapportarsi in modo conflittuale e nel “dividere” anziché “condividere” la genitorialità – i figli hanno la possibilità (oltreché la capacità in termini di competenze e risorse) di cogliere le sofferenze dei genitori. Ciò è positivo nella misura in cui ne percepiscono l’umana fragilità e la presenza di molteplici ruoli, perché permette loro di maturare stima e rispetto e stima nei confronti del genitore sotto tutti i punti di vista. Tali sofferenze non devono tuttavia ricadere sui figli, poiché si corre il rischio che questi ultimi se ne facciano carico, occupandosene in prima persona. In che modo? Assumendo un ruolo che non gli spetta e rinunciando al proprio, in nome di battaglie altrui che hanno poco a che fare con le proprie necessità emotive. Sotto il profilo dell’identità personale un figlio “racchiude in sé” caratteristiche sia della madre che del padre per cui, prendendo le parti di uno dei due, si trova in qualche modo “costretto” a ignorare, cancellare se non addirittura odiare una parte di sé.

Durante la separazione dolore, rabbia e fatica sono sentimenti assolutamente naturali e legittimi per i genitori, ma è di fondamentale importanza che ciascuno di essi s’interessi del proprio benessere e di quello della propria famiglia. In tal senso la consulenza psicologica offre diverse possibilità: i percorsi individuali possono contribuire a rendere meno complicate la gestione dell’emotività e l’elaborazione del lutto; i percorsi di coppia possono invece fornire strumenti utili sia per metabolizzare questioni che riguardano il legame coniugale in fase di scioglimento sia per continuare a esercitare i ruoli genitoriali in maniera efficace; la terapia familiare, infine, può costituire una risorsa essenziale per rendere le dinamiche relazionali esplicite e chiare agli occhi di tutti, in modo che i figli possano sentirsi sgravati dal peso di (pre)occuparsi dei genitori e più liberi di “stare dalla propria parte”, esternando e condividendo il proprio malessere per superare il grande cambiamento.

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Informazioni su Cristina Pradal

Psicologa e psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale, perfezionata in psicologia giuridico-forense e criminologia, EMDR-I per l'elaborazione del trauma e interventi assistiti con gli animali. C'è un filo rosso che, fin dalla tesi di laurea, lega tutte le esperienze della mia carriera professionale, vale a dire l'interesse per la famiglia, che declino in ambito clinico, scolastico e formativo. Da sempre lavoro con adulti e minori sulle principali aree del disagio: dai disturbi d'ansia, dell'umore, dell'alimentazione e del sonno a quelli più gravi della personalità, dalla depressione alle dipendenze (anche quelle di più recente diffusione come il gioco d'azzardo patologico e l'Internet Addiction Disorder), fino alle problematiche relazionali genitori-figli, di coppia e familiari, anche e in particolare in contesti conflittuali di separazione e divorzio.