Il mediatore familiare tra imparzialità e sostegno del legame

Il mediatore familiare tra imparzialità e sostegno del legame

Neutralità, equidistanza, equivicinanza: da sempre questi termini sono utilizzati per indicare il tratto distintivo del mediatore familiare. Già nel 1995, la SIMeF parlava infatti di “terzo neutrale”. Neutralità – dal latino neutralem – indica né l’uno né l’altro, ovvero che non si dichiara per alcuna parte. Attualmente, per indicare l’attitudine del mediatore, si utilizzano maggiormente i termini “equidistanza” o “equivicinanza”, dove “equi” – dal latino aequus – indica “uguale”. Uguale distanza, uguale vicinanza. Ma cosa significa precisamente?

Significa che il mediatore è imparziale, non prende le parti di nessuno e quindi non sosterrà né l’una né l’altra posizione espressa dai membri della coppia, così come non si schiererà con l’uno a discapito dell’altro. Tuttavia, proprio perché specificamente formato, sarà in grado di accogliere quanto espresso da entrambe le parti senza propendere per nessuna delle due. In altri termini, riuscirà a mantenere un atteggiamento di equilibrio ed equità nei confronti degli assistiti e a sintetizzarne i contenuti senza caricarli di una propria componente personale.

Il difficile compito del mediatore è quello di “legare” la coppia genitoriale nel momento in cui “si sta slegando” quella coniugale, facendo uso di una grande capacità: quella di muoversi sul crinale del conflitto, a cavallo tra imparzialità e sostegno del legame. Un legame che sta attraversando una transizione dolorosa (ed è quindi molto fragile), che ha bisogno di essere riconfigurato e che solo i genitori – per se stessi, per i loro figli e per le stirpi entro cui il nucleo familiare s’inscrive – possono rilanciare.

In tal senso, paradossalmente, stare dalla parte del legame aiuta il mediatore a mantenere una posizione di equidistanza o equivicinanza rispetto alle parti, ponendolo nella condizione di sostenere proprio l’elemento di eccedenza, ovvero la terzietà che lega e che rappresenta la potenzialità generativa. Inoltre, sostiene indirettamente il presupposto della mediazione familiare per cui sono i genitori a portare i contenuti e a prendere accordi buoni per se stessi e per i soggetti implicati nel conflitto, in virtù della loro competenza rispetto alla situazione che vivono e ai legami familiari in cui sono inseriti. E il mediatore, rispettoso di questa particolare competenza, sostiene il legame durante tutto l’intervento, ma non interviene mai nel merito di quanto concordato. Egli non pende per un contenuto o per l’altro, ma favorisce il processo della mediazione familiare, affinché la coppia possa raggiungere accordi soddisfacenti (obiettivo di outcome) e rilanciare il legame genitoriale, riconfigurandolo in termini di senso e significato (obiettivo di processo, anche definibile “trasformativo”).

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Informazioni su Chiara Fusar Poli

Psicologa e mediatrice familiare, perfezionata nella conduzione di gruppi di parola per figli di genitori separati. Mi occupo da sempre di fragilità dei legami affettivi con particolare attenzione per le dinamiche che caratterizzano la rottura della relazione, materia per la quale ho ottenuto una doppia specializzazione presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tra i servizi che offro quotidianamente e che costituiscono il nucleo centrale della mia attività professionale figurano il sostegno psicologico individuale e di coppia, i percorsi di enrichment familiare, la mediazione - sia per le coppie in fase di separazione che per la risoluzione dei conflitti intergenerazionali - e i gruppi di parola, strumento quest'ultimo su cui svolgo costante attività di ricerca clinica in qualità di membro del relativo osservatorio nazionale.