La tutela del minore nella separazione e nel divorzio

La tutela del minore nella separazione e nel divorzio

In Italia la tutela del minore nella separazione e nel divorzio è regolata da due leggi specifiche: la legge n. 54 dell’8 febbraio 2006 (cd. legge sull’affidamento condiviso) e la legge n. 898 del 1° dicembre 1970 (cd. legge sul divorzio). Entrambe stabiliscono che in tali casi l’affidamento della prole debba essere attuato “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”, senza ulteriori indicazioni riguardo al modo in cui il giudice debba agire per il raggiungimento di tale interesse.

È evidente che, ogniqualvolta l’affidamento condiviso non rappresenti la soluzione migliore per il minore, a scegliere il genitore affidatario sarà lo stesso magistrato, di fatto arbitro assoluto in materia. Tuttavia, essendo sprovvisto del bagaglio tecnico e culturale proprio di uno specialista, per valutare la maggiore idoneità genitoriale dell’uno o dell’altro coniuge senza correre il rischio di arrecare pregiudizio al minore, il giudice può incaricare un esperto (generalmente uno psicologo) di compiere un’indagine di natura psicologica sulle capacità genitoriali di entrambi, garantendo così che la sua decisione finale sia basata su una conoscenza specialistica dei legami affettivi, delle fasi di sviluppo, nonché del comportamento umano nei suoi aspetti sia normali sia patologici, e pertanto quanto più obiettiva possibile.

Tale esperto prende il nome di “consulente tecnico d’ufficio”, meglio conosciuto come “CTU”. Compito del CTU è quello di effettuare una perizia finalizzata a inquadrare la personalità dei coniugi ed eventuali patologie, la loro relazione e le cause che hanno portato alla rottura, le competenze genitoriali e le dinamiche familiari con l’obiettivo di suggerire l’affidamento più idoneo per il minore. Sul CTU pesa dunque la responsabilità d’indicare una di queste due persone, il padre o la madre. Non è escluso che la metodologia utilizzata dal consulente d’ufficio, pur non essendo affatto quella di una psicoterapia, possa comunque contenere in sé anche i “semi” per l’inizio di un processo trasformativo. Se quest’ultimo renderà sempre partecipi i coniugi come all’interno di uno stesso processo piuttosto che limitarsi esclusivamente a rispondere ai quesiti del giudice (con il rischio d’inasprire ulteriormente i rapporti e acuire il conflitto), lo spazio della consulenza tecnica potrà diventare un “tempo sospeso”, cioè un tempo in cui le parti possano rielaborare gli eventi, metabolizzando le emozioni in maniera costruttiva e non distruttiva.

Lo psicologo può dare un contributo sostanziale alla tutela dei diritti dei figli nella separazione e nel divorzio. È perciò auspicabile che, ove previsto, il suo intervento in corso di procedimento sia considerato dai genitori come fattore positivo e venga pertanto facilitato.

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Informazioni su Valentina Marchetti

Psicologa psicoterapeuta a orientamento analitico-transazionale, esperta in psicologia giuridica. Sono CTU del Tribunale di Tivoli. Dopo l'iniziale formazione svolta presso i centri di salute mentale dell'ASL Roma A, contesto determinante per la maturazione di una solida esperienza clinica, il mio percorso di carriera si è sviluppato nel privato sociale attraverso collaborazioni con associazioni ed enti impegnati nell'organizzazione di servizi sociosanitari e professionali. Mi occupo di assistenza alle donne vittime di violenza e/o stalking, sostegno psicologico e alla genitorialità, psicoterapia individuale e di coppia e consulenza tecnica nell'ambito delle controversie familiari.