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23 Set. 2008 - ROMA - Avanti tutta nel "nome della madre".
A modernizzare la società italiana ed a rendere lettera viva la "Costituzione europea", realizzando il diritto alla parità dei sessi, ci pensano gli anziani giudici della Cassazione.
Dopo il sonno trentennale del Parlamento, incapace di legiferare a discapito del patronimico, la Suprema Corte ha infatti spezzato un'altra lancia a favore della non discriminazione pronunciandosi affinché marito e moglie, se d'accordo, possano dare ai figli il solo cognome materno.
Per i giudici del "Palazzaccio" - presieduti da Gabriella Luccioli, che guidò il collegio della sentenza su Eluana Englaro - in seguito all'approvazione il 13 dicembre 2007 del Trattato di Lisbona (che ha ridisegnato i valori e le coordinate fondanti dell'Unione europea) anche l'Italia, come tutti i 27 stati membri, ha il dovere di uniformarsi ai princìpi comunitari come quello del divieto di ogni discriminazione fondata sul sesso e del rispetto della vita privata e familiare.
Già nel 2004 gli ermellini tentarono di scardinare il predominio dell'onomastica paterna chiamando la Consulta a mettere fuori legge le norme che, automaticamente, prevedono l'attribuzione del cognome del padre ai figli legittimi. Ma i giudici costituzionali se ne lavarono le mani dicendo che il compito spetta al legislatore. Allora, nel 2006, gli ermellini si appellarono al Parlamento affinché si decidesse a togliere i veti al cognome materno.
Nel frattempo diedero il via libera affinché ai figli naturali potesse rimanere il cognome materno qualora il padre non li abbia riconosciuti alla nascita. Ora, però, il perdurante immobilismo di Montecitorio - nonostante la Commissione Giustizia del Senato lo scorso anno abbia redatto una proposta di legge che apre al cognome materno - non vanifica più gli sforzi innovativi della Cassazione perché, spiega la stessa Corte con l'ordinanza 23934, «è mutato il quadro delle norme comunitarie». In sostanza Lisbona ci impone di «adottare tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti della donna in tutte le questioni derivanti dal matrimonio e nei rapporti familiari, compresa la scelta del cognome».
«Con la ratifica del Trattato di Lisbona - prosegue Giuseppe Salmé, relatore dell'ordinanza ed ex togato del Csm - si dovrebbe quindi aprire la strada all'applicazione diretta delle norme del trattato stesso e di quelle alle quali il trattato fa rinvio. E comunque si dovrebbe, in subordine, interpellare la Corte Costituzionale tutte le volte che le nostre leggi confliggono con i princìpi Ue». Per queste ragioni ora toccherà al primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, convocare le Sezioni Unite per aderire ai nuovi positivi diktat dell'Europa allargata.
L'affondo al patronimico - "retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia con l'evoluzione della società e le fonti di diritto sopranazionali" - nasce dal ricorso di una coppia milanese, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, che da anni conduce la battaglia per dare ai figli il cognome materno. Per due volte la Corte d'Appello di Milano ha detto no. Ora la strada sembra decisamente aprirsi.
(fonte: ANSA.IT - 23/09/2008)