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''Effetto crac'' sulle coppie Usa

Meno soldi, più litigi

thumb24 Lug. 2008 - NEW YORK - Il divorzio, nelle ultime settimane, è al centro dell'attenzione della stampa americana. Non dei periodici scandalistici o di costume, ma di quelli che si occupano di economia e finanza. Forbes ha appena pubblicato i risultati di un'inchiesta sugli effetti della crisi economica sulla propensione al divorzio e sul modo in cui si divorzia. Per indicare il punto centrale della questione il magazine cita una strofa di Scene da un ristorante italiano, la canzone di Billy Joel: «Hanno cominciato a litigare quando i soldi sono finiti e non potevano fare più conto sulle lacrime».

«Il punto - spiega il premio Nobel Gary Becker - è proprio questo. La recessione è da sempre un fattore di incremento dei divorzi poiché ogni improvviso, significativo cambiamento nei redditi di una coppia provoca un aumento del rischio di crisi del matrimonio».

Nicholas Retsinas, il direttore del centro di studi sulla casa dell'Università di Harvard, in un'intervista a Msn Money, ha affermato che non vi è dubbio che l'incremento dei tassi di interesse sui mutui abbia aumentato la propensione al divorzio. Il Los Angeles Times ha infatti pubblicato la notizia che nel 2007 il numero di matrimoni celebrati nella Contea di Los Angeles è stato molto vicino alla somma dei divorzi e delle separazioni legali.

Ma in un periodo di recessione non sempre i coniugi possono permettersi di separarsi, perché la fine della convivenza rischia di distruggere il precario equilibrio economico su cui la famiglia si basa. Mantenere due case è spesso impossibile quando i denari non bastano più neppure per pagare le rate del mutuo della casa coniugale. Daniel Clement, un avvocato divorzista di New York, ha commentato: «Fino a qualche anno fa ci occupavamo di dividere patrimoni e guadagni. Oggi ci occupiamo di ripartire i debiti ed individuare il coniuge che pagherà le rate del mutuo». Per questa ragione molti decidono che può essere più economico cercare di tirare avanti.

Coloro che decidono comunque di divorziare, cercano almeno di farlo spendendo meno denari possibile. La CBS ha pubblicato un servizio dedicato agli accorgimenti per evitare di sprecare soldi lungo la strada del divorzio. La tendenza è quella di ridurre almeno le spese legali. U.S. News ha calcolato che i costi medi di un giudizio di divorzio si aggirano sui 78.000 dollari. Una follia per la maggior parte delle famiglie. Per questa ragione, secondo Marjorie Steinberg (il capo dei giudici che si occupano di diritto di famiglia a Los Angeles, intervistata dal Los Angeles Times), una percentuale sempre crescente di americani sceglie il cosiddetto "divorzio collaborativo". Si tratta del fenomeno più innovativo, una vera moda, come scrive il Wall Street Journal. Lo hanno scelto, dopo diciannove anni di matrimonio anche l'attore Robin Williams e la moglie, ma soprattutto lo scelgono moltissime coppie americane che non hanno denari da spendere in una causa di divorzio costosa e spesso inutile. Esiste persino un kit per la conoscenza del divorzio collaborativo liberamente scaricabile da internet.

Un fenomeno così diffuso ed apprezzato negli Stati Uniti è totalmente sconosciuto in Italia dove non esiste nulla di simile al "divorzio collaborativo". Ma di che cosa si tratta? Quali sono le ragioni di tanto successo in America? La risposta è semplice. Al momento della crisi del matrimonio i coniugi, con i loro avvocati, fanno un patto: scelgono un esperto neutrale incaricato di indicare le condizioni eque per un divorzio consensuale. Nominano insomma una specie di arbitro. Il giudizio davanti all'esperto neutrale dura e costa molto meno di una causa davanti al giudice. È anche molto meno aspro e devastante e ciò ovviamente permette di tutelare i figli minori. Le parti e i loro difensori si impegnano a comportarsi, durante il giudizio, in modo onesto: insomma, un processo senza colpi bassi. Secondo il Wall Street Journal solo nel 5% dei casi la procedura non ha successo; nel 95% dei casi, invece, porta alla sottoscrizione di un divorzio consensuale. Questi numeri devono farci riflettere sull'opportunità di diffondere questa prassi anche in Italia.

(fonte: LASTAMPA.IT - 24/07/2008)

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